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26 aprile 2011
San Carlo Borromeo e l’automazione della città

In occasione del quarto centenario della canonizzazione è uscito un libro straordinario, che rilancia la portata attuale di san Carlo Borromeo. 

Il libro è Per ragioni di salute San Carlo Borromeo nel quarto centenario della canonizzazione (1610-2010) (Spirali). In oltre mille pagine, arricchite con immagini d'arte e con riproduzioni di manoscritti della Biblioteca Ambrosiana e della Biblioteca Trivulziana, l'autrice Fabiola Giancotti racconta della santità del Borromeo, del suo itinerario, della sua lingua, degli interventi nella cultura e nella storia di Milano e inoltre, considerando gli avvenimenti epocali che intervenivano in quel momento, anche dell’intera Europa.

Perché ci interessa san Carlo Borromeo? Qual è la sua attualità? In che modo costituisce un modello? A Roma, nel 1562, Carlo Borromeo avvia un dispositivo particolare, l’Accademia delle notti vaticane. Nell’occasione di questi incontri, il Borromeo si firma con un nome d’arte, Caos. Un termine curioso, Caos. Oltre al Borromeo, all’Accademia partecipano altri, che più avanti saranno quasi tutti vescovi e cardinali. Si firmano anche loro con nomi d’arte: Obbligato, Scontento, Scostante, Leale, Sollecito, Umile. In quest’accademia si discute di filosofia, letteratura, diritto, poesia. Non è l’unico caso, in quel secolo, di “cenacoli” rinascimentali di questo tipo. A Urbino, città degli intellettuali e degli artisti, Baldesar Castiglione, mantovano, anch’egli lombardo come Carlo Borromeo, giunge all’inizio del Cinquecento alla corte del Montefeltro. Castiglione è amico dei più fini letterati, come Pietro Bembo, e dei migliori artisti. Raffaello stesso gli dedica forse il più emblematico dei suoi ritratti, oggi conservato al Louvre. Il Cortegiano, com’è noto, è un racconto in quattro libri, articolato in una serie di conversazioni che si svolsero a Urbino in quegli anni, tra cui c’è il resoconto dei cenacoli organizzati dalla duchessa Elisabetta Gonzaga, moglie di Guidubaldo da Montefeltro. La corte del Montefeltro a Urbino era definita dallo stesso Castiglione “Un palazzo in forma di città”. Una città artificiale, nuova, rinascimentale: una città nella parola, di cui sono promotori questi illustri lombardi.

La questione della città si pone in modo assoluto anche per Carlo Borromeo. Questi gli elementi: formazione, costruzione, scrittura, lettura. Nel suo libro Fabiola Giancotti scrive: “Si trattava di fare alcune cose, di formare collaboratori, di costruire una città nuova, di dare strumenti di lavoro (…) d’industria e di impresa”. E, in effetti, per fare questo, Carlo Borromeo attiva una “macchina” impressionante, senza risparmiarsi. A 27 anni, nel 1565, già nominato vescovo di Milano, si reca da Roma nella sua diocesi. “’Piccola città’ è la Diocesi di Milano a pareggio di tutto il mondo e della Chiesa universale: ‘pochi uomini erano in essa’; pochissimi imitatori dei santi costumi onde risplendettero Ambrogio, Simpliciano, Galdino, Protasio e Gervasio”, scrive Carlo Borromeo.

La città non ha scuole e il Borromeo istituisce scuole. Riforma conventi, “fa un inventario di chiese, di contrade, di santi, reliquie, preghiere, inni, regole”. Alla mano il calendario ambrosiano, rilancia la toponomastica cristiana a Milano, celebrandone i santi: Simpliciano, appunto, Eustorgio, Babila e altri. Ciascun dettaglio organizzativo della città s’iscrive nel suo progetto, e non ne tralascia neanche uno. Ecco il modello, ecco la sua attualità. San Carlo inventa la scienza dell’automazione della città.


Francesca Bruni     Martedí 26.04.2011




permalink | inviato da fbruni il 26/4/2011 alle 21:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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